mercoledì 1 ottobre 2014

Giù le mani dalla scogliera di Coreca

«Procedere al posizionamento di nuove barriere nelle aree antistanti la scogliera di Coreca non è la migliore soluzione per salvaguardare questo tratto di litorale di grande valenza paesaggistica e che, pertanto, come si legge anche nella relazione tecnico-economica del Dipartimento Ambiente della Regione Calabria, richiede un intervento che induca il minore impatto visivo possibile».
Lo sostiene il Movimento ecologista europeo FareAmbiente, rappresentato da Antonio Iaconetti e da Aurelio Longo ai recenti incontri ospitati ad Amantea alla presenza delle istituzioni locali, con l’obiettivo di trovare una soluzione concordata per contrastare per contrastare il fenomeno dell’erosione costiera che interessa quest’area del basso Tirreno cosentino.
«I tecnici invece – proseguono i rappresentanti di FareAmbiente – quegli stessi tecnici che nel recente passato, si sono occupati della questione ricevendo incarichi per chiamata diretta e non per concorso, e mettendo in atto espedienti costosi che non hanno affatto mitigato la situazione, laddove non l’hanno addirittura peggiorata, continuano a propinarci l’idea di posizionare barriere emerse ad un centinaio di metri dalla spiaggia.
Come se non bastasse – aggiungono Iaconetti e Longo - nel progetto è previsto anche un ripascimento protetto dell’area intorno lo scoglio di Coreca utilizzando un volume di sabbia da prelevare nel letto del fiume Oliva, quella stessa sabbia ancora oggetto di indagini da parte della procura di Paola per la sospetta presenza di rifiuti tossici e radioattivi.
Per questo – concludono i due esponenti di FareAmbiente – ci appelliamo al buon senso del sindaco di Amantea e delle altre istituzioni coinvolte, affinché questo progetto scellerato venga completamente accantonato e si guardi invece ad altre tecniche innovative e risolutive che altrove sono state sperimentate con successo com’è accaduto, ad esempio, a Tropea, dove è stata realizzata una efficace barriera soffolta. Parteciperemo domani, sabato 13 settembre, al consiglio comunale straordinario indetto ad Amantea, per offrire il nostro contributo e proporre soluzioni alternative che possano essere risolutive per un’area che ha buone possibilità di diventare un’area SIC (Sito di Interesse Comunitario) con rilevanti e positivi benefici per l’industria turistica».

12 settembre 2014


Emergenza rifiuti: conseguenza delle non scelte del passato

L’emergenze rifiuti di oggi, afferma Antonio Iaconetti, coordinatore regionale di Fare Ambiente in una nota, è la diretta conseguenze delle (non) scelte del passato.
Certamente, prosegue Iaconetti, una  gran parte di responsabilità ce l'hanno gli pseudo ambientalisti alla Bonelli che oggi viene in Calabria a criticarci senza dare soluzioni su come uscire dall’ennesima situazione emergenziale.
La soluzione, prosegue Iaconetti,  c’è e si trova scritta nel disatteso c.d. decreto Ronchi, che, recependo direttive europee, nel disciplinare l’intera gestione dei rifiuti, prevede, anche, la costruzione di impianti di incenerimento con recupero energetico.
Impianti, prosegue Iaconetti, presenti in tutti i paesi più evoluti, tranne che in Calabria, dove si preferiscono le discariche, che violentano il territorio, inquinano il suolo e le falde acquifere, ai termovalorizzatori, o ad altri sistemi sicuramente meno inquinanti e in grado anche di creare ricchezza con la produzione di energia elettrica.
A questo, bisogna necessariamente abinare un cambio di tendenza  prendendo esempio da  San Fili, che  con il 72,66% è stato il comune più virtuoso della Calabria, e quindi sensibilizzare gli amministratori a promuovere un sistema di raccolta dei rifiuti porta a porta e sensibilizzare la gente a comportarsi secondo criteri virtuosi .
Conclude Iaconetti, solo così si riesce a coniugare rispetto dell’ambiente, recupero del decoro cittadino e tutela e salvaguardia del territorio.
Cosenza, 01.03.2014                                
  Dal coordinamento regionale Fare Ambiente Calabria


E’ il sole a controllare il clima della terra



di   Orazio Mainieri *

Una macchia solare è una regione della superficie del Sole (la fotosfera) che è distinta per  una temperatura minore dall’ambiente circostante, e dotata di una forte attività magnetica. Numerose macchie simili sono state osservate anche in stelle diverse dal Sole, e prendono il nome più generale di macchie stellari. La temperatura nel nucleo di una macchia può variare da 4.000 a 5.200 gradi centigradi, mentre nella penombra raggiungiamo valori pari a 5.500 gradi centigradi; di conseguenza le macchie appaiono scure solo per contrasto con le regioni fotosferiche adiacenti soggette a temperature più elevate.
http://archive.oapd.inaf.it/othersites/sc/Images/StarChild/questions/sunspot_dia.gif
Quindi il sole non è immutabile ma ha un’attività che varia nel tempo e che incide sul clima del nostro pianeta. Le ricerche sulle macchie solari segnarono il passo per la maggior parte del XVII el’inizio del XVIII secolo, perché a causa del Minimo di Maunder quasi nessuna macchia solare fu visibile per molti anni. Durante il Minimo di Maunder (cioè il periodo di bassa attività solare che va dal 1645 al 1715 d.C. che con molta probabilità causò la Piccola Era Glaciale) esse quasi scomparirono, e la Terra nello stesso periodo si raffreddò in modo consistente. La correlazione tra i due eventi è oggetto di discussioni nella comunità scientifica per l’analisi del riscaldamento globale. Quello che avviene in assenza di macchie solari può essere spiegato in maniera semplice:  le molecole d’aria elettrizzate dai raggi cosmici che penetrano nell’atmosfera terrestre sono, infatti,  insieme al pulviscolo atmosferico, nuclei privilegiati per coagulare su di sé il vapore acqueo circostante, favorendo in tal modo la formazione di nubi nella bassa atmosfera. A sua volta, le nubi basse hanno la proprietà di raffreddare la Terra. In generale diciamo che, in passato, nelle sue osservazioni, dopo la ripresa dell’attività solare, Heinrich  Schwabe poté osservare  nel 1843 un cambiamento periodico nel numero delle macchie solari, che sarebbe poi stato chiamato il ciclo undecennale dell’attività solare(numero medio fra cicli di 8 e 14 anni). L’esistenza di un ciclo periodico nella comparsa delle macchie solari fu scoperta, quindi,  nel 1844 da H. SCHWABE, un farmacista appassionato di osservazioni solari. Per mettere in evidenza tale periodicità occorre costruire un indice di attività che descriva in ogni momento lo stato della fotosfera solare sotto il profilo della presenza di macchie. Solitamente si fa riferimento al  cosiddetto numero di Wolf, legato al numero delle macchie e dei gruppi di macchie presenti in un dato momento sul Sole. Facendo una media annuale dei numeri di Wolf  determinati giornalmente e riportando questi dati in un grafico in funzione del tempo, si visualizza il ciclo delle macchie solari. La periodicità è evidentissima. Il ciclo passa da minimi (quasi totale assenza di macchie) a massimi con periodicità di circa 11,2 anni in media.  Il ciclo iniziato nel 1755 (convenzionalmente il n°1) è il primo ciclo di cui possediamo dati mensili sufficientemente attendibili. Quindi  i cicli solari sono stati numerati considerando come primo ciclo quello iniziato nel 1755; attualmente ci troviamo nel 24° ciclo. A dire la verità, tale ciclo continua a classificarsi come uno dei più deboli degli ultimi 250 anni. In figura sono schematizzati i 24 cicli a partire dal 1755. Sono evidenti il Minimo di Maunder che ci ha dato la Piccola Era Glaciale(PEG) e il Minimo di Dalton, che ha portata all’assenza dell’estate nel 1816.
http://www.gruppozerog.it/home/images/fisica/grafico-macchie-solari.jpg

Attività solare e clima

Alcuni scienziati ritengono che le macchie solari potrebbero essere  la causa alla base del riscaldamento globale(o raffreddamento ?) e non l’uomo e i suoi consumi. Le macchie solari, sappiamo oggi, sono intensi campi magnetici che appaiono durante periodi d’elevata attività solare, ma per secoli e da molto prima che se ne conoscesse la natura gli astronomi ne hanno registrato il numero, e dai dati raccolti, si potè notare tra il 1645 e il 1715 una drastica riduzione nel numero delle macchie solari che portò al famoso minimo di Maunder (già citato), dal nome dell’astronomo inglese che osservò la circostanza. Quanto il numero di macchie solari sia un ‘attendibile indicatore del clima lo scoprirono il ricercatore danese Friis-Christensen e i suoi collaboratori, che nel 1991 dimostrarono la stretta correlazione tra attività solare e  la temperatura globale in tutto il periodo compreso fra il 1860 e il 1990. La potenza di questo effetto è diventata chiara solo recentemente, dopo che si sono confrontate, nel corso degli anni, le temperature globali con il flusso di raggi cosmici, scoprendo una stretta correlazione tra temperatura globale e flusso cosmico, con la prima che aumenta ogni volta che il secondo diminuisce, e viceversa: il clima è, infatti, controllato soprattutto dalle nuvole, queste sono controllate dal flusso di raggi cosmici, a sua volta controllato dall’intensità del campo magnetico dal sole, cioè dalla attività della nostra stella. Va detto però che tali teorie sono ancora al vaglio della Comunità Scientifica, e al momento sono oggetto di dibattito e contestazione accademica. In Italia chi ha abbracciato l’ipotesi della correlazione tra macchie solari e clima è il metereologo Paolo Ernani (ha scritto anche un libro sull’argomento),che azzarda l’ipotesi di un pianeta che si sta raffreddando.  Comunque comprendere eventuali connessioni tra la nostra stella e il clima terrestre, richiede competenze specifiche in settori come la fisica, l’attività solare, la chimica atmosferica e la dinamica dei fluidi, la fisica delle particelle energetiche, e la storia geologica della Terra. Per cui i meccanismi di influenza del sole sul clima sono molto complicati e ci dovranno lavorare molti ricercatori di vari campi per avere validi risultati.  Dal momento che nessun singolo ricercatore possiede l’intera gamma di conoscenze necessarie per poter affrontare il problema, l’NRC ha dovuto riunire decine di esperti provenienti da tutto il mondo, unendo gli sforzi in un contesto multi-disciplinare. Il tutto per spiegare gli eventi attuali dovuti agli ultimi cicli.
Cicli solari
L’attività solare sta,quindi, rallentando visibilmente, tanto che le macchie solari sono ormai al minimo, come non apparivano da quasi un secolo. Il ciclo 24 ebbe inizio ufficialmente nel dicembre del 2008, mostrandosi però fin da subito molto debole. In quel periodo la forza del Campo Magnetico non consentiva alla Dinamo Solare di formare macchie sulla sua superficie. Il Sole è stato privo di macchie per l’85% del tempo nei primi mesi del2009. Il nostro Sole ha concluso il suo ciclo di attività numero 23 nel 2008, lasciando spazio al 24° ciclo. Questo prolungato minimo solare ed il ritardo accentuato del ciclo 24, stavano a significare soltanto una cosa e cioè che il ciclo sarebbe risultato molto basso e che molto probabilmente sarebbe rientrato in un range di 50-70 SSN(Smoothed  Sunspot  Number), che se confermato dai fatti, come sta ora avvenendo, si pone più o meno allo stesso livello del minimo di Dalton. I ricercatori della Fondazione Osservatorio Astronomico di  Tradate che da tempo seguono, nuvole permettendo, il nostro Sole, hanno potuto osservare nel 2009 sulla superficie della nostra stella un nuovo gruppo di macchie solari. “Il nostro Sole si sta comportando in modo strano”. Questo fu  il commento di Roberto Crippa, ricercatore e Presidente della “FOAM13”. “Dal 2004, prosegue Crippa, ci sono stati più di 800 giorni senza macchie solari visibili a fronte di una media di meno di 500 per i cicli passati; siamo quindi in una fase di minimo molto prolungata, dopo il massimo di attività registrato nel2001; in particolare, la fine del ciclo 23  ha  registrato  un numero elevato di giorni senza macchie: sono stati 266 nel 2008 (73%)”.Secondo alcuni studi, la bassa attività solare di questo ciclo 24 continuerà ancora per molti anni, questo perché i corti e potenti cicli solari del 20° secolo hanno creato un debito che ora deve essere pagato. Questo significa che per i prossimi decenni vi saranno cicli con attività solare molto bassa. In figura è mostrato l’andamento degli ultimi tre cicli(ciclo 22, 23 e 24)
                     Ciclo  22                                                       ciclo 23                                                    ciclo24
Situazione attuale
«Quindi se il Sole continuerà a restare senza macchie, sulla Terra potrebbe arrivare un freddo glaciale». La fosca profezia arriva, anche, da alcuni astronomi americani della Nasa, preoccupati per quella che si
profila come un’anomala assenza di attività energetica sulla superficie visibile della nostra stella. Inattività che potrebbe avere conseguenze dirette sul nostro clima, facendo addirittura compiere una retromarcia
all’effetto serra, volgendo, in breve, il supercaldo in superfreddo. La prospettiva può apparire esagerata e basata su un’affrettata valutazione di una tendenza ancora tutta da verificare, tuttavia bisogna ammettere che nel recente passato della storia dell’uomo un fenomeno del genere, come sopra detto, si è già verificato. Veramente più di uno. Era quella che gli storici chiamano la tarda età Barocca, cioè la seconda metà del XVII secolo, quando, una prolungata mancanza di attività solare, e cioè il ricordato minimo di Maunder,  precipitò l’Europa in  una Piccola età del ghiaccio, caratterizzata da carestie e epidemie che decimarono la popolazione europea. Senza, però, abbracciare drastiche teorie osserviamo solo che attualmente il Sole sta emergendo da un minimo di attività e molti astronomi si sarebbero aspettati un repentino ritorno delle macchie, come di solito si verifica. Questo repentino ritorno non c’è stato. Come se non bastasse, oltre all’assenza di macchie, abbiamo anche che un altro fattore dell’attività energetica della nostra stella, il cosiddetto vento solare, è in netto calo. Il vento solare è un flusso di particelle elettricamente cariche che viene espulso in continuazione dalla nostra stella e che si espande a raggiera per milioni di km, investendo anche  il nostro pianeta. Magari non tornerà una Piccola età del ghiaccio, ma forse batteremo un pò di più i denti per il freddo. Sempre che il nostro ben noto effetto serra non abbia la meglio e prevalga sulla inattività solare, ma ne dubito.
Il ventiquattresimo ciclo
Gli scienziati hanno previsto  che il 24° ciclo solare potrà avere un picco, ma poi?  L’idea che ne èvenuta fuori è che  il 24° ciclo solare  sarà un  ciclo basso.  L’attività resta quindi ancora molto bassa. Infatti da quando il numero di macchie solari ha raggiunto il minimo, attorno al 2007-2008, non si è visto il ritorno all’aumento nel loro numero che ci si aspettava per la fine del 2008stesso. Al 24 agosto 2009, sono  stati 44 i giorni consecutivi, ad esempio,durante i quali il Sole non ha mostrato alcuna macchia. Dall’inizio del2009, anno in cui le macchie solari sul Sole avrebbero dovute  essere numerose, il numero di giorni, in cui la stella ne è apparsa priva, è stato di 186, che corrisponde al 79% del totale dei giorni dell’anno. Tutto ciò vuol dire che questo ritardo nella ripartenza del ciclo 24 ha fatto capire  che esso sarebbe  un ciclo molto debole, come è stato infatti il passato ciclo 5 del minimo di Dalton (che portò ad una estate senza caldo nel 1816)! Solo nel 2011 si sono osservate fino ad un massimo di  100 macchie solari in brevi periodi  che però sono scese negli anni successivi anche dimezzandosi.  Gli scienziati in questo campo sono numerosi. Comunque ritengo doveroso citare l’originale teoria di Timo Niroma. Timo Niroma  è stato uno studioso solare finlandese che ha elaborato una interessantissima teoria, puramente statistica,sul perché alcuni cicli durino di meno o di più di altri e soprattutto sul perché  ogni tot anni abbiamo super minimi tipo il Maunder, Dalton,  etc. Questo studio prende in considerazione l’orbita di alcuni pianeti del nostro sistema solare, ed in particolar modo del pianeta più grande, ossia Giove!Per farla breve, Timo ha notato che nel corso dei secoli, più Giove si avvicina al sole, e più il numero di macchie solari diminuisce ed i cicli si allungano, a causa dell’influenza del campo magnetico che il pianeta ha verso il sole. Secondo questa teoria, Niroma già dal 2006 aveva predetto che il ciclo 23 sarebbe durato 13 anni, prevedendo il suo minimo nell’estate 2009 ed una ripresa del ciclo 24 nel 2014; prevedendo inoltre che sarebbe stato un ciclo molto debole stile Dalton, con al massimo 30-60 SSN! E tutto ciò proprio perché  Giove sarebbe stato  al perielio!L’attenzione va, quindi,  al periodo del ciclo. Infatti  un ciclo che supera i 12 anni ha sempre preceduto un grande minimo (1798 minimo di Dalton, 1856 minimo di Damon). Non è chiaro esattamente quanto lunghi siano stati i cicli che anticiparono il minimo di Maunder, ma sembra che ci sia stato un minimo nel 1620. Ciò indica che prima del Maunder   ci furono 2 cicli che durarono 25 anni, quindi almeno uno dei 2 molto lungo. Questo ha portato al raffreddamento del clima per decenni, anche se oggi non possiamo essere certi che vi sarà una nuova PEG. Niroma continua: “Un basso Dalton è oggi probabile, ma nessuno può essere sicuro di questo, anche se ci sono molte indicazioni che testimoniano un Campo Magnetico solare molto debole. Se a questo aggiungiamo il fatto che tutti i minimi importanti sono stati preceduti da cicli molto lunghi, io non mi sorprenderei di vedere il ciclo 24 vacillare, terminando proprio vicino al suo massimo intorno al 2014-2015, portandoci direttamente ad un minimo di tipo Maunder !”Altro pensiero di Niroma: “Un piccolo inciso. L’aumento della CO2 in atmosfera dallo 0.03% allo 0.04% non ha avuto alcun significato in questo gioco dove è il vapore acqueo a far la parte principale. Io sono solo uno studioso di statistica e questo è uno studio statistico, ma a tutti quelli che per anni mi hanno chiesto che cosa pensavo riguardo i collegamenti fisici ho sempre risposto: Il campo magnetico terrestre è molto sensibile alle variazioni di quello solare; questo dovrebbe avere molti più effetti sulla Terra piuttosto che i gas ad effetto serra prodotti dall’uomo”.  Devo anche citare ricercatori come Matt Penn e William Livingston, del National Solar Observatory, che  prevedono che il ciclo solare 25 sarà caratterizzato da un’assenza totale di macchie solari. Ormai si è capito che assenza di macchie solari significa:  più nuvole,  più piogge e raffreddamento della Terra. Tuttavia è troppo  presto per giungere a drammatiche conclusioni.  Si spera in una evoluzione meno drastica. Sperare è sempre buono ma occorre anche prevedere un modo di vivere diverso sul nostro pianeta. Resta il fatto, comunque, che  lo studio delle macchie e dell’attività solare assumerà enorme rilevanza  per quel che riguarda  l’influenza del sole sul clima terrestre sfatando gli attuali  “miti politici”.
*Docente  Università della Calabria

giovedì 4 settembre 2014

I Bronzi devono essere attrattiva per investimenti


Non sono un tecnico né un esperto di restauri e beni archeologici per stabilire se i Bronzi possano o meno spostarsi da Reggio Calabria per essere esposti all’ Expo di Milano. Da premettere che non siamo stati mai contrari affinché i Bronzi possano essere esposti altrove, ed anzi,  abbiamo registrato con favore la richiesta avanzata, alcuni mesi fa,  dal British Museum  di Londra, ma ora, mi chiedo, scrive in una nota Antonio Iaconetti, responsabile regionale della Calabria di Fare Ambiente – Movimento Ecologista Europeo, perché tutto questo accanimento per portali all’Expo di Milano? “
La sfida, semmai è un’altra: perché nel prossimo futuro non pensare concretamente di far svolgere un evento internazionale di eguale importanza all’ Expo per Milano, in Calabria  così che i Bronzi possano diventare, a ruota,  un polo di attrazione di sempre più massicci flussi di turisti, una sorta di biglietto da visita, di porta d’accesso verso un territorio, ahimè, ai più sconosciuto, e che oltre ai Bronzi, ha una straordinaria quantità e qualità di monumenti, reperti, ma anche di paesaggi e di bellezze naturali ineguagliabili.
Il tema dunque non è se trasferire o meno i Bronzi a Milano ma di programmare un evento che attragga visitatore da ogni dove così da far riscoprire i tesori presenti in Calabria. E possa avere una ricaduta positiva sugli investimenti nelle infrastrutture, servizi, marketing e quant’ altro sia necessario per rendere fruibile il patrimonio culturale e naturale di cui la nostra terra dispone e trasformarlo in una fonte di reddito e di sviluppo per tutti i calabresi».

Cosenza, 04.09.2014

sabato 12 aprile 2014

Marsili, una risorsa di energia.

 Comunicato Stampa 4 del 2014

“Se vi fosse stato il benché minimo rischio per la sicurezza, nessuna azienda privata avrebbe mai investito tempo e risorse nel progetto di trivellazione del  Marsili al largo delle coste del Tirreno meridionale, per sfruttare l’energia geotermica derivante dal flusso idrico di origine vulcanica.
Per questo, la nostra posizione è distante e contraria rispetto a quelle di chi è impegnato ad alimentare le solite  campagne dell’allarmismo a tutti i costi, generando timori che allo stato attuale sono assolutamente ingiustificati”.
Lo afferma in una nota il Antonio Iaconetti, responsabile per la Calabria del Movimento Ecologista Europeo Fare Ambiente, in merito alle ricerche condotte dalla Eurobuilding spa e dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia nell’ambito del progetto “Tirreno 1” finalizzato a sfruttare i fluidi geotermici del Marsili per la produzione di energia.
“Riuscire a sfruttare il flusso idrico del Marsili significa poter contare su una fonte energetica economica e pulita con cui soppiantare almeno in parte quella prodotta con altre centrali, a gas o a carbone o quella importata da altri paesi con gravi ripercussioni per le nostre bollette. Per questo, guardiamo con interesse e senza preconcetti a questo progetto.
Naturalmente, se con il prosieguo delle operazioni dovessero emergere nuovi elementi tali da avvalorare l’ipotesi di un concreto rischio per l’ambiente, saremo i primi a mobilitarci per l’immediata interruzione delle trivellazioni”.
Cosenza, 12.04.2014
Dal Coordinamento regionale Fare Ambiente



giovedì 6 marzo 2014

La fiction "Il Giudice Meschino" manda un messaggio negativo sulla Calabria


«Insieme ai sentimenti di orgoglio per il successo della fiction "Il Giudice Meschino", girato in Calabria da un calabrese, Carlo Carlei, e tratto dal romanzo di un altro calabrese, Mimmo Cangemi, non posso fare a meno di esprimere anche tutta l'amarezza mia e degli altri ambientalisti della mia regione, per il messaggio negativo che traspare dalle due puntate interpretate da Luca Zingaretti e Luisa Ranieri, che la Calabria è pattumiera d'Italia, terra di veleni e di 'ndrangheta. Non è così. E' anche, anzi soprattutto la terra dei due mari, dei panorami mozzafiato, del mare incontaminato, delle colline rigogliose, dei monti innevati, dei buoni prodotti tipici della nostra agricoltura e dei nostri allevamenti». Lo ha detto Antonio Iaconetti, coordinatore regionale di Fare Ambiente Calabria, dialogando con i giornalisti quest'oggi nella sala stampa della Camera dei Deputati, nel corso della presentazione del rapporto 2013 sui Beni Culturali. «Purtroppo - ha aggiunto l'esponente di Fare Ambiente - questo aspetto non è emerso né la pellicola ha offerto sequenze che mettessero in luce lo splendore delle riviere reggine. Il quadro a tinte fosche dipinto dalla fiction è soltanto in parte mitigato dall'ottimo lavoro che il presidente Scopelliti sta onducendo sotto il profilo della promozione turistica. Veicolare insieme ad Alitalia l'immagine dei Bronzi di Riace - ha concluso Iaconetti - è un'intuizione brillante che certamente porterà benefici all'industria turistica calabrese. Accanto a queste iniziative però, è necessario mettere in campo ogni azione utile per conservare intatto il paesaggio, che rappresenta il vero patrimonio della nostra regione».

lunedì 3 marzo 2014

“Emergenza rifiuti conseguenza di non scelte” Comunicato Stampa 4/2014 del 01.03.2014

        Comunicato Stampa 4/2014 

L’emergenze rifiuti di oggi, afferma Antonio Iaconetti, coordinatore regionale di Fare Ambiente in una nota, è la diretta conseguenze delle (non) scelte del passato.
Certamente, prosegue Iaconetti, una  gran parte di responsabilità ce l'hanno gli pseudo ambientalisti alla Bonelli che oggi viene in Calabria a criticarci senza dare soluzioni su come uscire dall’ ennesima situazione emergenziale.
La soluzione, prosegue Iaconetti,  c’è e si trova scritta nel disatteso c.d. decreto Ronchi, che, recependo direttive europee, nel disciplinare l’intera gestione dei rifiuti, prevede, anche, la costruzione di impianti di incenerimento con recupero energetico.
Impianti, prosegue Iaconetti, presenti in tutti i paesi più evoluti, tranne che in Calabria, dove si preferiscono le discariche, che violentano il territorio, inquinano il suolo e le falde acquifere, ai termovalorizzatori, o ad altri sistemi sicuramente meno inquinanti e in grado anche di creare ricchezza con la produzione di energia elettrica.
A questo, bisogna necessariamente abbinare un cambio di tendenza  prendendo esempio da  San Fili, che  con il 72,66% è stato il comune più virtuoso della Calabria, e quindi sensibilizzare gli amministratori a promuovere un sistema di raccolta dei rifiuti porta a porta e sensibilizzare la gente a comportarsi secondo criteri virtuosi .
Conclude Iaconetti, solo così si riesce a coniugare rispetto dell’ambiente, recupero del decoro cittadino e tutela e salvaguardia del territorio.
Cosenza, 01.03.2014                                
  Dal coordinamento regionale Fare Ambiente Calabria

sabato 18 gennaio 2014

Gioia Tauro, Armi chimiche Siria - Comunicato Stampa 3\2014


 “Se è vero quanto riferito da un Sindaco della Piana ieri l’altro alle telecamere del Tg 3 della Calabria edizione delle ore 07:30 e misteriosamente scomparso nelle edizioni successive, dichiara Antonio Iaconetti, coordinatore regionale di Fare Ambiente, la vicenda del transito delle armi chimiche fa assumere all’intera vicenda una connotazione ancor più grave ed inquietante. A dire di questo Sindaco la Calabria e, quindi, il porto di Gioia Tauro sarebbero stati scelti perchè, secondo le informative dei servizi segreti ( Italiani o Americani ?)  nella nostra regione la popolazione è .... . .più ragionevole e sottomessa, quindi meno incline a ribellarsi. Altro che pronti alla guerra civile !!!!! Viene legittimo, continua Iaconetti, pensare che tali affermazioni nascondano ben altro,  ovvero che apparati dello Stato, i Servizi, abbiano stretto un legame ben collaudato e saldo, e non da ora, con pezzi di potere oscuro radicati nella zona in cui ricade il porto di Gioia, che viene definita ad alta densità mafiosa.
Stiamo forse  assistendo alla riproposizione di un nuovo patto tra Stato e ambienti, per c.d. a limite della legalità??
Se così fosse e la vicenda ben si presta a tale tipo di speculazioni, sarebbe cosa gravissima ed intollerabile.
Perciò, conclude Iaconetti, nei prossimi giorni chiederemo ai nostri deputati e senatori iscritti a Fare Ambiente di sollecitare i titolari dei dicasteri  competenti affinchè ci diano risposte chiare sulla sicurezza dell’intera operazione, in relazione alla quale, sia ben chiaro, siamo e restiamo fermamente contrari  ma che ci rassicurino, anche, che non ci siano patti perversi  tra apparati dello Stato e l’anti-stato.
Cosenza, 18.01.2014

Dal coordinamento Regionale

venerdì 17 gennaio 2014

SYBARS: per non dimenticare

 “Il parco dell’antica Sybaris è tra i principali siti archeologici della Magna Grecia e d’Europa ma soltanto dopo lo straripamento del fiume Crati ed i gravi danni che la coltre di fango ha cagionato, questo splendido luogo ha catturato l’attenzione e l’interesse delle istituzioni locali e nazionali”.
Lo afferma in una nota Antonio Iaconetti, coordinatore regionale di Fare Ambiente Calabria.
“Da questa esperienza bisogna ripartire per restituire il giusto splendore non soltanto ai reperti della sibaritide ma anche a tutti gli altri siti di interesse storico, architettonico e paesaggistico, a questi inestimabili tesori fino ad oggi trascurati e che invece potrebbero risollevare le sorti economiche ed occupazionali della regione.
La Calabria è da sempre uno scrigno dal fascino impareggiabile, ma l’incuria rischia di cancellare definitivamente un pezzo importante non solo delle proprie radici storiche ma anche di quelle della intera cultura occidentale.
Allora - conclude Iaconetti – ben vengano tutte le iniziative volte a sensibilizzare e coinvolgere l’opinione pubblica per il recupero del parco archeologico, perché Sybaris riguarda tutti noi e la nostra cultura e non può scomparire sotto una coltre di fango”.
Cosenza, 17.01.2014

Dal Coordinamento Regionale

Allarme armi chimiche e ndrangheta !!!!

Se è vero quanto riferito da un Sindaco della Piana, la vicenda assume una veste ancor più inquietante  del transito delle armi chimiche siriane. A suo dire la Calabria e quindi il porto di Gioia Tauro sarebbero stati scelti perchè, secondo le informative dei servizi segreti ( Italiani o Americani ?)  qui la popolazione è ...più ragionevole e sottomessa. Non è che per caso questo nasconde una cosa ancor più grave?? Ovvero che i servizi  sono inciuciati con la ndrangheta e quindi tramite questa riescono a frenate eventuali fremiti di rivolta???. Un pò come lo sbarco in sicilia degli americani durante la II guerra mondiale. La cosa è gravissima e come Fare Ambiente chiediamo che vengano dati chiarimenti sull'intera vicenda non solo sulle fasi e luogo di smaltimento delle armi chimiche ma anche su eventuali patti tra apparati dello Stato e personaggi vicino ad ambienti  ndranghetisti.

martedì 14 gennaio 2014

Antonio Iaconetti Fare Ambiente Coordinatore Regionale della Calabria: Comunicato stampa 1\2014

« In questi giorni,  in Calabria,   forze partitiche di nuova formazione che, stanno rivendicando postazioni di visibilità all’interno del governo regionale non possono prescindere di dare un giusto peso, all’interno dei loro programmi, alle tematiche di politica ambientale. E' innegabile che lo sviluppo del nostro territorio passa  dal rilancio dell’ambiente e del paesaggio che rappresenta volano di crescita economica e sociale e non può essere disgiunto da una netta rivisitazione del sistema di raccolta e smarrimento dei rifiuti ed una strategia programmatica ». Lo ha detto Antonio Iaconetti, coordinatore regionale di Fare Ambiente Calabria, movimento ecologista europeo vicino alle posizioni politiche della destra moderata.
«Disponiamo di risorse ambientali di incommensurabile valore storico, naturalistico, paesaggistico, tali da consentire all’economia della nostra regione di potersi reggere in gran parte sull’impresa turistica ed agricola, dove l’una sia di supporto ed integrazione dell’altra  e, però ancora non si intravede all’orizzonte, neppure adesso che il quadro politico è in rapida evoluzione, alcuna proposta in grado di rilanciare tali risorse.
Per questo – conclude Iaconetti – invito gli attuali attori politici della nostra regione, ad essere innovativi anche nella proposizioni  degli uomini e donne che dovranno guidare le sorti della nostra regione nei prossimi anni, privilegiando il rinnovamento e la competenza della compagine politico- amministrativa che dovrà proporre un piano di rilancio dell’immenso ed inestimabile  patrimonio di cui la Calabria dispone». 

Cosenza, 13.01.2014

venerdì 20 dicembre 2013

Le reazioni Piezonucleari per promuovere tecnologie nucleari pulite e lo smaltimento delle scorie radioattive

L'energia è indispensabile alla vita sulla terra e costituisce un elemento importante per lo sviluppo sociale ed economico delle nazioni. Non c'è vita senza energia, e la qualità della vita viene notevolmente migliorata quando si può disporre di energia in abbondanza e a buon mercato. Finora tutto ciò è stato garantito soprattutto dagli idrocarburi. Essendo, però,  queste risorse finite, nei prossimi decenni avremo un calo  della loro disponibilità con conseguenze inimmaginabili sul nostro sistema di vita attuale. Per rallentare questa tendenza non bisogna tralasciare l’utilizzo di nessuna fonte energetica compresa quella nucleare. Anzi quest’ultima può dare, al momento, un grosso contributo con l’uso di  impianti nucleari di potenza di terza generazione. Il nucleare rappresenta un'opzione energetica come le altre. Non si può far finta che non esista. Certo c’è il problema della sistemazione dei prodotti di fissione radioattivi(dette scorie), ma  il suo utilizzo presenta indubbiamente anche dei grossi  vantaggi: gli impianti nucleari di potenza, per esempio, non producono anidride carbonica ed ossidi di azoto e di zolfo, principali cause del buco nell'ozono e dell'effetto serra, in più  la produzione di energia elettrica dal nucleare riduce l'importazione di petrolio e la dipendenza della economia, quindi, dagli idrocarburi. Il tutto si traduce in una maggiore stabilità del sistema energetico ed economico nazionale. E’ pur vero che anche l’uranio è una risorsa finita, ma l’uso futuro dei reattori autofertilizzanti (ancora solo in prototipi) potrebbe estendere a millenni il suo utilizzo. Comunque solo l’energia nucleare e la ricerca in quest’ambito possono dare prospettive energetiche, di lungo termine, ad una umanità che entro pochi decenni si troverà a gestire la fase calante della produzione degli idrocarburi e quindi anche del  petrolio che è l’elemento su cui si regge la società industriale odierna.  Forse il nucleare non riuscirà a compensare la fine del petrolio ma, senz’altro, rallenterà le conseguenze nefaste di tale evento. Di certo è una carta da giocare in tutti gli aspetti potenziando la ricerca a 360 gradi. In questo articolo esamineremo le possibilità che potrebbero scaturire dalle ricerche sulle reazioni piezonucleari. Di sicuro non si darà niente per scontato accettando eventuali  ipotesi fantasiose ma verranno solo citati esperimenti effettuati nel nostro Paese e prospettive future possibili realistiche.                                                                            Dalla rete  riscontro: “La parola  piezonucleare indica una teoria in base alla quale la pressione meccanica modifica la struttura dello spazio-tempo alla scala subatomica, generando quindi, a detta dei ricercatori, reazioni nucleari. In particolare, con reazioni piezonucleari si indicano le presunte reazioni di fissione nucleare di materiali non radioattivi indotte da ultrasuoni”.  Poi leggo anche: “questa teoria è ritenuta dalla comunità scientifica priva di riscontri e in violazione delle attuali leggi della fisica”. Detto ciò mi dovrei fermare e chiudere il discorso sul piezonucleare, cambiando argomento. Però, ecco c’è un però. Durante gli esperimenti di Fermi in via Panisperna nel 1934, si bombardavano diversi materiali con neutroni per osservarne gli effetti. Ebbene sull’uranio si avevano effetti strani al punto che Ida Noddack(1896-1978), chimica e fisica tedesca, avanzò l’ipotesi in un  articolo del settembre 1934  che si potessero produrre elementi della parte centrale della tavola periodica(cioè l’atomo si spaccava). Nessuno allora prese in considerazione la sua ipotesi in quanto era contraria al pensiero scientifico del momento; la Noddack non tentò comunque di verificare la sua teoria(cioè lasciò perdere per evitare, penso, di fare brutte figure). Infatti per i padri della fisica del momento(tra i quali il Nobel inglese Lord Ernest Rutherford autore del modello atomico ed il Nobel danese Niels Henrik David Bohr  che diede contributi essenziali nella comprensione della struttura atomica e nella meccanica quantistica) la frantumazione dell’atomo era inconcepibile. Ebbene si sbagliavano. Ecco il motivo perché ritengo che non bisogna dare nulla per scontato ma investigare e sperimentare sempre. Ecco perché compatibilmente con le risorse da investire occorre prestare attenzione anche a scoperte “strane”, non spiegabili fisicamente, al momento. L’importante è che siano riproducibili in tutti i laboratori, cioè che siano esperimenti galileiani. Questo è il motivo che mi porta a parlare dei possibili effetti piezonucleari degli elementi presenti in natura. Personalmente ne prendo atto, poi si vedrà. Perciò diamo un occhiata a queste interessanti “presunte” scoperte. Le scoperte sono avvenute intorno al 2004, nel periodo in cui a capo del CNR si trovava Fabio Pistella.  Le ricerche sono state eseguite dal 2003 al 2007 presso laboratori sia civili sia militari, con il concorso dei ricercatori civili G. Cherubini, A. Petrucci, F. Rosetto, G. Spera e dei tecnici militari A. Aracu, A. Bellitto, F. Contalbo, P. Muraglia.  I brevetti sono attualmente detenuti dal CNR (Consiglio Nazionale Ricerche) e l’ Ansaldo Nucleare sarebbe, al momento, molto interessata allo sfruttamento su scala industriale di quanto scoperto. Il tutto  è stato ufficializzato dalla rivista Physics Letter  del 23 febbraio 2009, in quanto le scoperte di questo  nuovo tipo di reazioni nucleari sono definite "Reazioni Piezonucleari". Esistono, si ritiene, particolari condizioni "non lineari" in cui i nuclei interagiscono tra loro secondo una modalità non prevista dalla meccanica relativistica e dalla meccanica quantistica. Il modello fisico tradizionale non è in grado di descrivere e prevedere tali reazioni. Attualmente affinché possano avvenire reazioni nucleari in specie chimiche non radioattive, l'attuale modello richiede la presenza di temperature elevatissime nell'ordine di milioni di gradi. Nelle Reazioni Piezonucleari non sono necessarie temperature estreme. Sono sufficienti particolari pressioni veicolate da ultrasuoni nei liquidi e pressioni meccaniche nei solidi. Vi sono, comunque, anche modelli teorici che prevedono le condizioni necessarie per provocare una reazione nucleare senza la necessità di alte temperature. Questo in sintesi il risultato delle ricerche, sia teoriche che sperimentali, condotte nell’ ultimo decennio dai fisici Fabio Cardone del Consiglio Nazionale delle Ricerche e Roberto Mignani dell’ Università “Roma Tre”. In particolare, gli esperimenti effettuati (in collaborazione con i fisici Walter Perconti, Andrea Petrucci e Giovanni Cherubini e dei chimici Francesca Rosetto e Guido Spera) hanno mostrato che in acqua irraggiata con ultrasuoni di opportuna potenza e frequenza si verificano trasmutazioni di elementi, sia stabili che instabili, ed è possibile produrre elementi non presenti in natura come l’ Europio. Tali processi avvengono  con emissione di neutroni. La produzione di neutroni è stata esplicitamente riscontrata nell’ irraggiamento ultrasonico di soluzioni contenenti sali di ferro. L’ emissione di neutroni è una chiara marcatura delle reazioni nucleari, che, a causa il loro innesco ad opera di onde di pressione, sono state denominate, perciò, reazioni piezonucleari. Il fenomeno è, secondo i ricercatori,  riproducibile e in buona misura controllabile e  mostra un comportamento a soglia nell’ energia fornita al liquido dagli ultrasuoni, e ha luogo, sembra, senza produrre scorie radioattive. Il meccanismo teorico proposto da Cardone e Mignani per spiegare i processi piezonucleari è il seguente: sotto opportune condizioni di potenza e frequenza, gli ultrasuoni producono nei liquidi un processo di cavitazione, ovvero la formazione di bolle di gas che successivamente implodono. A causa della tensione superficiale, gli atomi degli elementi presenti nel liquido rimangono intrappolati sulla superficie della bolla. Quando questa implode, gli atomi sono forzati ad avvicinarsi superando la barriera colombiana, e i loro nuclei si fondono. In altri termini, le superfici delle bolle prodotte dalla cavitazione si comportano come tanti acceleratori inerziali.  Le reazioni piezonucleari produrrebbero, perciò, energia, com’è evidenziato dalla consistente evaporazione delle soluzioni, e, come già sottolineato, non danno luogo a rifiuti radioattivi in quanto impiegano “combustibile” stabile. Inoltre, un esperimento effettuato irradiando con ultrasuoni una soluzione contenente Torio-228 ha mostrato un dimezzamento della vita media del torio e quindi un’accelerazione del suo decadimento. Fatto veramente straordinario se replicabile con altri elementi radioattivi. Questo significherebbe  che le reazioni piezonucleari potrebbero svolgere un ruolo anche nello smaltimento delle scorie radioattive. Vediamo di capire meglio di cosa si tratta nel dettaglio. Fino ad oggi, sappiamo che si produce energia da nucleare sia mediante la fissione che la fusione di atomi. Nella fissione, che, è la sola attuabile in campo industriale, il problema più grande sono le scorie radioattive da smaltire. Il prof. Cardone e i suoi colleghi, grazie anche a esperienze precedenti, hanno scelto di studiare il piezonucleare. In questo campo sembra abbiano ottenuto risultati eccellenti. Infatti sono in grado, sembrerebbe, di produrre energia nucleare, ma senza adoperare elementi radioattivi, bensì elementi comuni, come ad esempio il  ferro. Secondo il Prof. Cardone, sono possibili reazioni nucleari utilizzando la deformazione dello spazio-tempo in prossimità dei nuclei atomici, di elementi semplici. A produrre il risultato sono gli ultrasuoni, capaci di costringere atomi di ferro (ma anche di altri elementi) ad emettere neutroni, cioè energia sufficiente a innescare reazioni a catena. Gli ultrasuoni eserciterebbero una pressione sufficiente a “spremere” neutroni.. Ciò avviene in uno spazio-tempo deformato nei dintorni dei nuclei atomici. Einstein affermava, appunto, nella sua relatività, che le masse deformano lo spazio-tempo facendovi precipitare le cose: la gravità. Ciò è vero anche se la massa è quella minuscola di un nucleo atomico. Per il Prof. Cardone gli ultrasuoni in tale spazio-tempo sono sufficienti a distaccare neutroni generando un flusso di energia. Perciò, il guadagno energetico è anche conveniente, perché i neutroni ottenuti sono molto abbondanti rispetto all’energia di una comune reazione convenzionale. E non  sono state riscontrate emissioni di radiazioni pericolose, Alfa, Beta e Gamma.  Le reazioni nucleari ultrasoniche per liberare energia necessitano di sali di Ferro ed il Ferro è molto comune in natura, e questo risolverebbe il problema della dipendenza geopolitica dai produttori delle fonti primarie. Inoltre, ripeto,  gli esperimenti hanno mostrato che le reazioni nucleari ultrasoniche non producono scorie radioattive e nemmeno radioattività residua e questo risolverebbe il problema dei rifiuti pericolosi. Ma quale è il modo migliore di usare questa energia liberata?  In questo processo  l’energia liberata sotto forma di neutroni sarebbe  il  doppio di quella di un reattore all’uranio. La prima idea sarebbe di usare direttamente questa energia per generare corrente elettrica mediante alternatori con turbine mosse dal vapore acqueo ottenuto raffreddando i neutroni. Non è detto, però, che questa sia la maniera più efficiente di sfruttare questo fenomeno. Un altro modo, forse migliore, di sfruttare questi neutroni e la loro energia è di usarli per scatenare reazioni nucleari secondarie in opportuni materiali, quali l’acido borico che è anche molto comune, in cui la generazione di energia venga amplificata. In poche parole usare i neutroni delle reazioni ultrasoniche come innesco per liberare quantità di energia sempre maggiori. Il massimo traguardo di un futuro prototipo industriale è produrre 3 chilowattora di corrente elettrica per ogni chilowattora di corrente consumata per generare gli ultrasuoni necessari alle reazioni. Ma gli esperimenti avrebbero indicato un’altra sorprendente possibilità offerta dalle reazioni nucleari ultrasoniche : la distruzione delle sostanze radioattive mediante la trasformazione in sostanze inerti prive di radioattività. E’ opportuno qui ripetere da un punto di vista delle potenzialità pratiche quanto esaminato precedentemente da un punto di vista scientifico. Per questo esperimento sono state prese quantità minime di una sostanza radioattiva, il Torio-228, per sottoporla ad ultrasuoni. Il Torio è stato scelto per la potenza e forma caratteristica delle sue radiazioni facilmente riconoscibili e fotografabili.  Il risultato sarebbe  stato che il Torio radioattivo sottoposto  agli ultrasuoni era diventato la metà, cioè si era dimezzato, ma in 90 minuti invece che nei due anni previsti dalla legge della radioattività. Quindi la radiazione del Torio, dopo l’applicazione degli ultrasuoni sarebbe  divenuta la metà ma senza che vi fosse aumento di radiazione di altro genere come vuole la legge del decadimento radioattivo, di nuovo il tutto in 90 minuti invece che in due anni. Perciò, ripeto, semplicemente dopo 90 minuti di ultrasuoni il Torio era divenuto la metà e anche la sua radioattività si era dimezzata, il che è straordinario. Che cosa sia diventato il Torio è ancora oggetto di esperimenti, certamente non è decaduto per le vie naturali altrimenti vi sarebbe stato l’aumento di altre radiazioni che però sarebbero comunque risultate nelle lastre fotografiche. Ovviamente il problema è ora di passare dalle quantità minime degli esperimenti alle quantità industriali e di provare anche con differenti elementi radioattivi. Insomma occorrerebbe passare alla costruzione di prototipi, anche modesti, per verificare la validità di questi risultati. Ecco aperta, forse, un’altra   pagina di speranza per il futuro energetico del nostro pianeta e la possibilità, al momento teorica, di eliminare le scorie nucleari provenienti dai reattori nucleari in funzione in tutto il Mondo. Da quanto evidenziato, si potrebbero ipotizzare davvero  applicazioni straordinarie per  tali scoperte. Altre informazioni si possono desumere consultando le schede sinottiche dei brevetti detenuti dal CNR relativi alle reazioni piezonucleari. E’ chiaro che tutto ciò non può essere sottovalutato. Bisogna andare avanti con fiducia e credere nei risultati della ricerca. Dall’Italia potrebbe venir fuori una speranza in più per il bene dell’umanità.

Prof. Orazio Mainieri

* Università della Calabria

mercoledì 20 marzo 2013

Festa di Primavera e dell'albero


Domani  21 Marzo,  equinozio di Primavera, Massimo Gentile responsabile del Laboratorio di Fare Ambiente di San Giovanni in Fiore, ha organizzato, nell' Area del Parco comunale della scuola alberghiera, la “Festa di Primavera e dell'albero”. La giornata sarà dedicata al "rinverdimento" e all' educazione ambientale e vedrà presenti il Coordinatore Regionale di Fare Ambiente Avv. Antonio Iaconetti e dell'Assessore all'Ambiente del Comune di San Giovanni in Fiore Battista Benincasa,
Tale iniziativa, patrocinata dal Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, ha la finalità di sensibilizzare l’opinione pubblica in merito all’importanza, dal punto di vista ambientale, del patrimonio arboreo e boschivo.
I responsabile e i soci di Fare Ambiente,  saranno presenti con un gazebo dalle 08:00 del mattino e distribuiranno gratuitamente a tutti i presenti dei sacchetti di plastica per la raccolta dei rifiuti che si produrranno durante la giornata. Nel corso della manifestazione verranno piantati degli alberelli di Abete Rosso sia all'interno del Parco che nel piazzale antistante il  centro diurno di aggregazione per persone diversamente abili, il Raggio di Sole.
La presenza dei ragazzi del centro- dichiara Iaconetti -  al fianco di Fare Ambiente riveste grande importanza e dà maggior significato a questo giorno di festa in cui l’uomo, custode della bellezza e della conservazione del creato e, la natura, sono gli unici protagonisti.

domenica 17 marzo 2013

I LIMITI DEL PIANETA TERRA




  di Orazio  Mainieri*

   Nel momento che si vuole fare un ragionamento sulle risorse del pianeta terra mi si consenta qualche cenno ad un argomento con cui, di solito,  avvio sempre la prima lezione dei miei corsi. Un accenno al Club di Roma.  Il Club di Roma fu fondato nell'aprile del 1968 dall'italiano Aurelio  Peccei e dallo scienziato scozzese Alexander King, insieme a premi Nobel, leader politici e intellettuali . Il nome del gruppo nasce dal fatto che la prima riunione si svolse a Roma, presso la sede dell’Accademia dei Lincei alla Farnesina. Nel 1972 uno studio del MIT(Massachusetts Institute of Technology) commissionato dal Club di Roma accese l'attenzione sulla scarsità del petrolio e sul limite dello sviluppo. Il rapporto "Limits to Growth"   dimostrava scientificamente al mondo l'esistenza del limite dovuto alla presenza di riserve petrolifere in quantità fissa e non incrementabile. Questo Rapporto sui limiti dello sviluppo, pubblicato nel 1972,  prediceva che la crescita economica non potesse continuare indefinitamente a causa della limitata disponibilità di risorse naturali, specialmente del petrolio. La crisi petrolifera del 1973  attirò ulteriormente l'attenzione dell'opinione pubblica su questo problema. In realtà le previsioni del rapporto riguardo al progressivo esaurimento delle risorse del pianeta erano tutte relative a momenti successivi all'anno 2000, ma il superamento della crisi petrolifera degli anni '70 contribuì alla nascita di una leggenda metropolitana, secondo cui le previsioni del Club di Roma non si sarebbero avverate.Nella pratica, l'andamento dei principali indicatori ha sinora seguito piuttosto bene quanto previsto nel Rapporto sui limiti dello sviluppo, e l'umanità è destinata a confrontarsi nei prossimi decenni con le conseguenze del superamento dei limiti fisici del pianeta. Un esempio di ciò è dato dal picco
 
di Hubbert. La teoria del picco di Hubbert (detta anche più brevemente picco di Hubbert) è una teoria scientifica proposta, nella sua formulazione iniziale nel 1956 dal geofisico americano Marion King Hubbert, riguardante l'evoluzione temporale della produzione di una qualsiasi  risorsa minerale o fonte fossile esauribile o fisicamente limitata. In particolare, l'applicazione della teoria ai tassi di produzione petrolifera risulta oggi densa di importanti conseguenze dal punto di vista geopolitico, economico e ingegneristico. La teoria permette di prevedere, a partire dai dati relativi alla "storia" estrattiva di un giacimento minerario, la data di produzione massima della risorsa estratta nel giacimento, così come  per un insieme di giacimenti o una intera regione. Il punto di produzione massima, oltre il quale, la produzione può soltanto diminuire, viene detto picco di Hubbert. Adesso è chiaro che studi di questo tipo(“Limits to Growth), possono anche presentare delle lacune o qualche imprecisione, ma, nella sostanza, evidenziano una realtà che tutti gli ecologisti seri devono tenere in grande considerazione, pur cercando di non ostacolare, ma anzi di accompagnare uno sviluppo, possibilmente, sostenibile. Non è pensabile che si  riesca a mantenere una crescita infinita, ma raggiunto un certo livello occorre cercare una qualche forma di stabilizzazione che non porti, come vorrebbero altri studiosi, a decrescite industriali rapide. Il discorso della decrescita è, al momento, pura dissertazione filosofica, perché i Paesi, soprattutto quelli emergenti non sarebbero assolutamente d’accordo. A questo punto i movimenti ecologistipossono solo accompagnare lo sviluppo cercando di limitare i danni all’ambiente.  E’ certo comunque che se non si prendono provvedimenti opportuni, come il ritorno veloce all’uso dell’energia nucleare con impianti di terza, quarta e anche quinta generazione, se verrà,  è sicuro che alla decrescita ci si arriverà per forza di cose, anche senza programmarla ed in modo violento.A partire dal 2030(forse anche prima) molte risorse naturali del pianeta cominceranno ad esaurirsi ed in pochi decenni tutti i popoli  saranno costretti ad adattarsi alla nuova realtà e finiremo per avere anche situazioni socialmente  drammatiche nelle Nazioni che adesso sono considerate  POTENZE INDUSTRIALI.  In questi Paesi  si avvierà inesorabilmente una spontanea  riduzione delle aree e delle possibilità di sviluppo industriale. Forse solo il riciclo delle materie  potrà attenuare questa terribile tendenza.

I  COMBUSTIBILI  FOSSILI.
 Lasciamo da parte tutti i minerali del mondo ed occupiamoci solo delle risorse con le quali si arriva alla fine ad avere energia e cioè dei combustibili fossili. Milioni di anni fa, resti di organismi (vertebrati, invertebrati, marini e di terraferma) rimasti sepolti sul fondo dei mari, di lagune e di laghi, andarono incontro a trasformazioni chimico-fisiche anaerobiche (in assenza di ossigeno) che permisero la conservazione dell'energia raccolta nelle proprie cellule durante la loro vita. 
Nel tempo questi fenomeni diedero origine ai giacimenti di petrolio e gas naturali che oggi sfruttiamo per bruciare in pochi istanti quella stessa energia (di origine solare) immagazzinata dalla Terra nel corso dei tempi geologici. Analogamente, la trasformazione delle spoglie di piante vissute in ere remote ha dato luogo a giacimenti di carbone, veri e propri magazzini di energia chimica. E' questa la ragione per cui tali combustibili si dicono "fossili".  Il lungo periodo di tempo ha nascosto nella crosta terrestre una preziosa risorsa. Preziosa perché è energia molto concentrata e facilmente disponibile che non farebbe danno se consumata poco per volta.  Per contro oggi, la massiccia combustione di queste risorse non rinnovabili sta causando  gravissimi problemi di inquinamento dell'atmosfera terrestre  e sta portando gli stessi all’esaurimento. Centinaia di milioni di anni per produrli, poche centinaia di anni per consumarli. Perciò lo studio che è venuto fuori grazie all’iniziativa del Club di Roma ha evidenziato, sostanzialmente, che fino al duemila avremmo avuto un periodo di vacche grasse, ma che dopo il duemila andando verso il 2050, decennio dopo decennio le vacche sarebbero state magre, cioè ci saremmo trovati oltre il picco di Hubbert.
 Qualche accenno alle riserve residue presunte. Cominciamo dal petrolio.   Oltrepassare il picco diHubbert della produzione petrolifera significa che tutte le nazioni della Terra messe insieme non potranno mai più estrarre dal terreno tanto petrolio quanto ne estraevano al momento del picco, quale che sia la domanda. Gli ultimi studi pongono al 2010 il picco del petrolio convenzionale. Ciò ha implicazioni straordinarie per la civiltà industriale fondata sul petrolio, basata sull'espansione costante e regolare di tutto: popolazione, prodotto interno lordo, vendite, profitti, turismo. Il superamento del picco della produzione petrolifera rappresenta, quindi,  una crisi economica senza precedenti che sconvolgerà le economie nazionali. Una volta superato quel punto l'offerta di petrolio diminuirà inesorabilmente, mentre il prezzo andrà…alle stelle. Come ho già detto la decrescita sarà rapida e nei fatti, senza alcun tipo di programmazione. Diamo qualche numero.
 L’OPEC, il cartello dei paesi produttori  aveva deciso di assegnare le quote di produzione ai vari Paesi in proporzione alle riserve esistenti. Più erano grandi più si poteva produrre e vendere. Gli   Stati petroliferi ben presto hanno cominciato a dichiarare riserve gonfiate, così le riserve sono aumentate a dismisura ed in maniera poco credibile. Questo magico petrolio poi non si esaurisce mai. Anche se la produzione ha da tempo superato le nuove scoperte, per esempio,  il Kuwait afferma di avere le stesse riserve che aveva nel 1985, avendone scoperte altre! Per avere una risposta credibile ci rivolgiamo allora alla US Geological Survey,  secondo i loro dati nel 1981 avevamo 1.719 miliardi di barili di petrolio, nel 2.000 ne avevamo 2.659. Però le scoperte di nuovi giacimenti hanno raggiunto il loro massimo nel 1964. Da dove sono usciti fuori le maggiori riserve? Atteniamoci ai dati Enea  del 2005 indicativamente, e cioè un consumo annuo di 84 Mb/g, riserve di 1300 miliardi di barili e riserve per 42,5 anni. Insomma si hanno riserve di petrolio per 40 anni e forse anche meno, dipende da come evolveranno i consumi in futuro.                                          Vediamo la situazione del gas combustibile. Attualmente questo pregiatissimo combustibile è molto usato in Italia soprattutto per la produzione di energia elettrica(45,27%) e rappresenta il tallone di Achille del nostro sistema energetico, sia perché lega il sistema elettrico a delle semplici tubazioni che possono facilmente essere interrotte, mandando in black-out il sistema stesso, e sia perché il suo prezzo è collegato a quello del petrolio dissanguando così le nostre modeste casse.   Certo, l’ammontare delle riserve mondiali di gas non sembra evidenziare imminenti problemi di scarsità o di declino della produzione   Tuttavia, analogamente al caso del petrolio, la ripartizione delle riserve sembra favorire, in prospettiva, una concentrazione della produzione nei paesi  del Medio Oriente e in quelli dell’ex-Unione Sovietica. Sempre attingendo indicativamente a dati Enea, come sopra, abbiamo riserve per 178.000 miliardi di metri cubi. Con un consumo annuo mondiale di 2.670 miliardi di metri cubi si hanno riserve per altri 67 anni circa.                                                               Ci resta di parlare del carbone.  A differenza degli altri due il carbone è fortunatamente meglio diffuso sul pianeta ed in quantità maggiore. Questo per i Paesi industriali è un grosso punto di vantaggio. D’altro canto scarica, a parità di potenza, il 25% in più di anidride carbonica rispetto al petrolio ed il 45% in più rispetto al gas naturale. L’utilizzo prevalente del carbone è legato alla generazione d’energia elettrica; in alcuni paesi è diffuso l’uso del carbone nel settore industriale (soprattutto siderurgico), mentre in Cina è forte anche la domanda proveniente dal settore residenziale per il riscaldamento degli ambienti. La necessità di una maggiore diversificazione delle fonti d’approvvigionamento, la ricerca di fonti energetiche meno costose   in una fase di prezzi energetici crescenti hanno favorito il ricorso al carbone anche in  Paesi piuttosto attenti ai problemi ambientali.                                                                                                                                Contrariamente alle attese, queste ragioni e lo sviluppo di tecnologie pulite per l’utilizzo del carbone nella generazione elettrica,  non sono stati sufficienti a far sì che i consumi di carbone aumentassero in Europa, dove subiscono una leggera contrazione da un paio di anni.              Comunque sempre guardando gli stessi dati Enea abbiamo quantità accertate per 788.000 milioni di tonnellate. Con un consumo annuo di 4.800 milioni di tonnellate all’anno si arriva ad avere riserve per altri 164 anni.   In conclusione, per petrolio, gas naturale e  carbone ne abbiamo, se realtà e previsioni coincidono, per 42, 67 e 164 anni, ma potrebbero anche diventare 33, 53  e  151. Dopodiché ripiombiamo nel solo rinnovabile e buona notte.
LE  RISORSE  URANIFERE.

 Tutto quanto abbiamo espresso finora evidenzia la pericolosità della situazione energetica italiana, fortemente dipendente dai combustibili fossili. Si potrebbe dire che siamo stati e siamo prigionieri di questi combustibili. Nel passato l’irresponsabilità politica di chi ci governava ci ha consegnato mani e piedi ai combustibili fossili. Siamo stati buttati nelle mani dei petrolieri senza ritegno, senza un minimo di autocritica  successiva. Di quella che è stata definita prima Repubblica e che è stata spazzata via da uno scandalo di semplici finanziamenti illeciti dei partiti, sembra strano ma il vero scandalo è stato acconsentire l’annullamento del programma di costruzione delle Centrali Termoelettriche a Uranio(CTU) e fermare le centrali a uranio in funzione.. Per dare una idea del problema: in quello scandalo si parlava di poche decine di milioni di euro di tangenti. Per l’affossamento del  nucleare in Italia il danno è stato di decine di miliardi di euro. Diamo un giusto peso alle cose. Questo è stato il vero scandalo, altro che “tangentopoli” che è “piccolo”scandalo.
 Ma parliamo di queste risorse uranifere perché, acquisita l’elevata sicurezza delle centrali di terza generazione, l’obiezione più comune è che anche l’uranio è non rinnovabile e quindi destinato a finire anch’esso. Questo non è propriamente vero. Meglio dire che è vero in parte.
 Innanzitutto ricordiamo che l’uranio in natura è per lo più uranio 238 con un 0,7% di uranio 235 che è quello fissile, cioè quello che fissionandosi, dopo aver assorbito un neutrone, libera energia termica.  L’ uranio 235 al 3-7% nell’uranio complessivo, dopo arricchimento, è destinato all'utilizzo come combustibile delle centrali nucleari a fissione.
 Ebbene esaminiamo il fabbisogno mondiale di uranio nel 2006(fonte IAEA- Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica- 2007). Il fabbisogno totale è stato di 66.529 tonnellate. Le risorse minerarie esistenti sono a 14,4 milioni di tonnellate(Mt). Poi si hanno, dai negoziati di disarmo, altri 1.842 t di uranio ad alto arricchimento e circa 500 t di plutonio(dati CISAC 2005). Perciò all’attuale tasso di utilizzazione solo per le risorse minerarie ne abbiamo per 70 anni. Per risorse minerarie e altre risorse esistenti(MOX), che sono ossidi misti di uranio e plutonio si può arrivare a 360 anni. Queste considerazioni dovrebbero tranquillizzare chi allarma la gente parlando di proliferazione a scopo bellico. In realtà si sta verificando il fenomeno opposto e cioè quello di utilizzare il plutonio prodotto per motivi bellici come combustibile nei reattori nucleari. Infine bisogna ricordare che usando le risorse minerarie nei reattori veloci  questo “combustibile” diventa quasi “rinnovabile” e il tempo di durata arriva a superare i 4.000 anni. Quindi energia nucleare subito, perché pulisce l’ambiente e ne abbiamo, con i reattori veloci di quarta generazione, per migliaia di anni. L’umanità potrà così respirare un po’, in termini energetici intendo.Allungheremo i limiti del pianeta, perché questo pianeta, lavorando in ambito non rinnovabile, arriverà ai suoi limiti energetici in pochi decenni. Il Club di Roma ha solo evidenziato questo. I movimenti ecologisti ne devono prendere atto e regolarsi di conseguenza.
 Due parole sui reattori veloci ricordando che nei miei scritti cerco sempre di parlare a gente comune che vogliono capire.   Cosa sono i reattori detti veloci?
Si tratta di reattori privi di moderatore e che sfruttano neutroni veloci(> 100 kev). La caratteristica principale consiste nell'auto-sostentamento con produzione da parte dei reattori di materiale fissile (plutonio) in quantità maggiore a quella consumata. Vengono detti reattori Fbr (Fast Breeder Reactors). In questi reattori il flusso di neutroni veloci, prodotto dalle reazioni nucleari del nucleo di plutonio, viene assorbito da uno strato di uranio 238 che si trasforma in plutonio. Questo viene poi riprocessato e rimesso nel nucleo del reattore. In questo modo il Fbr trasforma l'uranio 238 in un combustibile nucleare  fissile. Le modalità.
L'uranio ha due isotopi principali, il 235 ed il 238.  Se l' uranio 235, per esempio in una pila atomica, viene colpito da un neutrone, si spacca ed emette altri neutroni, che  possono  iniziare una "reazione a catena".  Se invece il neutrone si "pianta" dentro un nucleo di uranio 238, non lo rompe, ma viene catturato.  L'uranio diventa U 239, poi Nettunio 239 con un’emissione beta, poi plutonio 239 dopo altra emissione beta. Il peso atomico resta 239, mentre il numero atomico passa da 92 a 94. Abbiamo a disposizione un altro nucleo fissile. Esiste un tempo di raddoppio, cioè quanti anni di funzionamento del reattore sono necessari perché la quantità di nuovo combustibile fissile prodotto sia doppia rispetto a quello bruciato nello stesso tempo: di solito sono 15-20 anni di funzionamento. In questo caso la ricerca è indirizzata ai nuovi combustibili avanzati allo scopo di diminuire proprio i tempi di raddoppio. A questo punto il combustibile esaurito viene processato, cioè si separa il Plutonio prodotto dai residui di fissione e si riesce, così,  ad alimentare un nuovo reattore. E’ un processo meraviglioso che utilizzato per scopi pacifici, ci darà energia per migliaia di anni anche dopo che si sarà perduto il ricordo dei combustibili fossili, ma bisogna stare dentro il nucleare di terza generazione se si vuole arrivare alla quarta.
Bisogna tornare, quindi, rapidamente all’uso del “fuoco di Fermi”(la fissione dell’uranio).  Riprendere il posto che ci spetta fra le Nazioni più progredite. Riempire lo spaventoso vuoto che si è formato  ricreando una   classe di nuovi tecnici esperti nel campo nucleare e nella fisica sanitaria, ma soprattutto dare all’Italia un futuro energetico, che adesso non c’è.
*Responsabile Settore Energia Fare Ambiente                                                                                         Docente di “Centrali Termoelettriche” all' Università della Calabria
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